Salta al contenuto principale
Digita una parola chiave, ad esempio, "causa di servizio"

«Ho fatto solo del bene e non temo nulla» così il Brigadiere Attilio Bonincontro spiegava perché non era mai armato

Attilio Bonincontro

A 40 anni dalla sera in cui perse la vita, ricordiamo il Brigadiere Attilio Bonincontro reo della sola colpa di non volersi piegare alla criminalità mafiosa.

Data di pubblicazione
28 Novembre 2017

Giuseppe Romano

L’omicidio Bonincontro

Buscetta viene gratificato di colloqui straordinari in carcere, nel senso che entravano delle persone del calibro di Bontade, Michele Greco, Giuseppe Calderone, Nino e Rosario Riccobono (latitante) e in un angolo dell’ufficio matricola colloquiavano e avevano la possibilità di parlare con qualsiasi persona. Buscetta dice che fino al 1977 quando lui voleva, lo faceva. Telefonava in Brasile a sua moglie e lo faceva quando voleva e il giorno da lui stabilito: «…quando alle volte veniva mia moglie per periodi di 15-20 giorni, un mese, facevo dei colloqui tutti i giorni, sempre alla matricola e senza permesso dei giudici … ». E’ in questo clima politico di indifferenza verso il fenomeno mafioso che operano centinaia di Agenti di Custodia lasciati alla mercè di criminali spietati, abbandonati a se stessi dai propri superiori, ed è proprio in quell’ufficio matricola più volte menzionato nelle sue dichiarazioni che incontriamo la figura del brigadiere Attilio Bonincontro, Capo ufficio matricola e uomo simbolo dell’Ucciardone ucciso sotto casa la sera del 30 novembre del 1977.

Arruolatosi nel 1945, nel 1954 dopo un breve periodo passato a Nicosia, Bonincontro venne trasferito all’Ucciardone. Nel suo stato di servizio dal 1948 in poi figurava sempre la parola ottimo; era stato promosso brigadiere nel 1963. Per 23 anni e 5 mesi Bonincontro aveva prestato servizio dalle ore 7:30 alle 13:30 e dalle ore 15:30 alle 18:30. Stressato dal lavoro aveva chiesto ed ottenuto di mettersi in ferie con il 1° di dicembre. La sera prima lo assassinarono.

Bonincontro era l’archivio vivente dell’Ucciardone. Giunto all’Ufficio Matricola nell’epoca calda della Banda Giuliano, dal suo ufficio erano passati almeno tre generazioni di malviventi e altrettante di avvocati e magistrati. Si trovava lì quando fu avvelenato Pisciotta (luogotenente di Salvatore Giuliano n.d.r.) e anche quando fu avvelenato Angelo Russo (1956) altro componente della banda.

Nel 1957, dopo la violenta sommossa che aveva devastato gran parte dell’Ucciardone, Bonincontro era stato costretto ad un duro e difficile lavoro di ricostruzione di registri e schedari. Se l’era cavata egregiamente.

Alla fine degli anni ’60 aveva conosciuto i big della mafia siculo-americana da Genco Russo a Frank Coppola, da Gaspare Magaddino a Paolino Bontà, da Vincent Martinez a John Bonventre, da Diego Plaia a Vincenzo e Filippo Rimi.

La cronaca

Il Brigadiere Bonincontro quando era di buonumore diceva che non appena in pensione avrebbe potuto scrivere un libro sulla storia dei personaggi che in 23 anni si erano susseguiti all’Ucciardone e di cui aveva registrato nominativi e impronte digitali. Ma Bonincontro non scriverà mai il suo libro, verrà crivellato da sette colpi di pistola.

quotidiano La Sicilia 02/12/77

Ricostruiamo le fasi dell’omicidio così come ci viene descritto dal cronista dell’epoca. Attilio Bonincontro è rimasto fino alle 20,00 all’Ucciardone ed è uscito dalle carceri disarmato come sempre; a tutti era solito dire: «Ho fatto solo del bene e non temo nulla», si è messo al volante della sua 500 per fare ritorno a casa dove l’attendeva la moglie Angela Lo Jacono. Bonincontro ha posteggiato la vettura a pochi metri dallo stabile dove abitava al n.218 di via Sanpolo.

Davanti all’ingresso dell’edificio viene avvicinato da due giovani sui vent’anni che iniziano a discutere animatamente con il brigadiere per circa un minuto. Bonincontro tronca il dialogo e si avvia a passi svelti verso l’atrio del palazzo.

La portiera preme il pulsante elettrico che fa scattare la serratura. Dopo lo scatto Bonincontro entra e sta per chiudere quando i giovani gli sparano davanti impedendogli di chiudere, probabilmente uno dei due ha inserito il piede tra i battenti.

l due giovani tirano fuori le pistole e aprono il fuoco. Il Brigadiere viene raggiunto da sette proiettili cal. 7,65 alla nuca e al volto, quindi, con estrema rapidità i due fuggono a bordo di una Fiat 128 (che risulterà rubata dieci giorni prima) ritrovata abbandonata mezz’ora dopo in via Maggiore Toselli a poche centinaia di metri dal luogo del delitto. Attirati dai colpi di pistola escono da una vicina trattoria, per accertarsi dell’accaduto, i clienti del locale. Il delitto non ha tolto loro l’appetito visto che subito dopo tornano a mangiare!

Pochi minuti dopo avvisato il 113 giungono sul luogo il vice questore Boris Giuliano, il Dirigente della Criminalpol Bruno Contrada, il Magistrato di turno Domenico Signorino (personaggi ai quali la mafia ha stroncato la vita come Giuliano assassinato e Signorino suicida dopo le dichiarazioni di un pentito, o la carriera come Contrada processato per collusione con la Mafia).

Alle 20.55 una telefonata al giornale L’ora con frasi smorsicate che parlano di un gruppo politico e rivendicano la morte di un aguzzino. Ma pare subito un’abile manovra per sviare le ricerche, poiché il giorno scelto per l’esecuzione c’era lo sciopero dell’informazione con conseguente ritardo della pubblicità al caso. Gli inquirenti scavano nel passato di Bonincontro non rilevando alcuna ombra; egli godeva di buona fama ed un certo prestigio all’interno dell’Ucciardone.

Tutti sono concordi nell’affermare che il Brigadiere trattava i detenuti con molta umanità non tralasciando di venire incontro ai loro bisogni. Era insomma considerato come un intoccabile ed a sottolineare la figura del personaggio gioca anche il particolare che Bonincontro non era mai armato.

Un delitto che comunque ha una sua chiave di lettura all’interno dell’Ucciardone. Bonincontro, quale Capo ufficio matricola, redigeva per ogni aspirante ai benefici introdotti con la riforma del 1975, la relazione illustrativa del comportamento del detenuto e delle possibilità o meno di un suo reinserimento nella vita sociale. Una relazione, in un certo senso, vincolante della decisione camerale del Tribunale di Sorveglianza. Bastava così che Bonincontro predisponesse una relazione negativa perché naufragassero le speranze di chi aspirava a trascorrere i rimanenti anni di galera in semilibertà. In quella direzione gli inquirenti esaminarono i fascicoli di tutti i detenuti che avevano avuto istanze respinte; si cercava di capire se Bonincontro si fosse attirato l’odio di qualche aspirante ad uno dei benefici.

Ancora oggi non sappiamo il motivo per cui fu ucciso Bonincontro, anche se alla luce delle dichiarazioni di Buscetta si potrebbe collegare necessità da parte dei mafiosi di chiudere la bocca a chi, probabilmente costretto ad operare in certo modo, sapeva veramente troppe cose, o considerate le modalità dell’esecuzione si potrebbe ipotizzare il netto rifiuto a far qualcosa di illecito data la sua posizione privilegiata di Capo ufficio matricola e uomo simbolo dell’Ucciardone.


Ringraziamo Giovanni Battista De Blasis, Direttore Editoriale di Polizia Penitenziaria, per averci concesso l’opportunità di condividere questo lavoro. L’articolo è stato originariamente pubblicato nel numero di novembre 1996 della rivista e riproposto nel numero di ottobre 2012 ed è consultabile direttamente sul sito della testata cliccando su questo link.