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Dopo 60 anni di Unione è tempo di avere un Esercito Europeo

bandiera europea
Data di pubblicazione
24 Marzo 2017

Il 25 marzo saranno passati 60 anni dalla nascita della unione europea ed è maturo il tempo che si apra la strada verso un vero esercito continentale. Proprio ora, in un momento in cui il progetto europeo sembra vacillare, occorre rilanciarlo attraverso una nuova politica di integrazione che passi dalla creazione di una difesa comune.

 

Fino a qualche tempo fa la sicurezza era garantita dalla Nato, voluta per creare uno sbarramento all’Unione Sovietica e assegnare un ruolo prioritario agli Stati Uniti. Oggi questo scenario è ormai cambiato a livello geopolitico e non solo, con una militarizzazione delle potenze emergenti che ha modificato gli equilibri mondiali. Se infatti gli Stati Uniti continuano a detenere la leadership nel campo della difesa, la Cina negli ultimi cinque anni ha accresciuto la sua spesa nella sicurezza dell’85%, portando la sua spesa totale intorno ai 215 miliardi di dollari all’anno. E mentre gli Usa investono la bellezza di 596 miliardi di dollari ogni anno nella difesa, oggi l’Ue ne spende solo 221 miliardi. Molto meno della metà e con la dubbia efficacia di 28 paesi che investono uno all’insaputa dell’altro; infatti con la metà della spesa degli Usa, l’Europa riesce a esprimere meno del 10% della capacità operativa americana.1

Dati alla mano, rispetto agli Stati Uniti le Forze Armate dei paesi europei gestiscono stock di armamenti troppo diversificati. Nel 2016, ad esempio, gli Stati membri dell’Unione Europea avevano a disposizione 20 tipi diversi di aerei da combattimento (rispetto ai 6 degli Stati Uniti), 29 tipi di fregate (4 negli Stati Uniti) e 20 tipi di veicoli da combattimento corazzati (2 negli Stati Uniti). Una programmazione, acquisto e gestione più cooperativi di queste risorse razionalizzerebbe le capacità in uso e migliorerebbe notevolmente l’interoperabilità delle forze armate degli Stati membri. Le stime del Munich Security Report 2017 suggeriscono che i governi europei potrebbero risparmiare quasi un terzo di ciò che spendono in attrezzature militari se decidessero di coordinare gli investimenti.2

A margine di questo processo che tende progressivamente a ridimensionare il ruolo dell’Unione Europea, ulteriore impulso ad aprire la strada alla creazione di un esercito europeo sono state senza dubbio la scissione britannica e, soprattutto, l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca che si è manifestamente dichiarato non più disponibile a impegni di supplenza militare ed economica verso una indecisa Europa. Potrebbe essere dunque arrivato il momento in cui l’Unione europea e in particolare i suoi paesi fondatori, siano costretti a fare il passo verso quell’integrazione militare che, oltre a migliorarne l’apparato ottimizzandone i costi, dia nuovo spessore e solidità al concetto stesso di Unione.

In altre parole potrebbe essere il volano attorno al quale si riavvia il processo di integrazione, processo arrestatosi a seguito dell’allargamento del numero degli Stati membri. L’ingresso di nuovi Stati nel 2004, in particolare dell’Est Europa, se da una parte rispondeva alle pressioni americane per sottrarli all’influenza russa, dall’altra ha interferito, rallentato ed infine bloccato le dinamiche politiche europee in corso. I meccanismi decisionali che andavano bene per sei Stati e che rallentano con quindici, con ventotto membri si arrestano definitivamente. Lo sapeva bene John Major, allora primo ministro inglese, che aveva teorizzato l’allargamento a est come rimedio contro il rafforzamento dell’Unione Europea che non vedeva di buon occhio (“wider, rather than deeper” diceva, meglio più ampia che più profonda).3

L’Unione Europea è a un punto di svolta. Per procedere nel progetto europeo viene richiesto di fare finalmente delle scelte lungimiranti e di avere coraggio pensando alle future generazioni: queste scelte, a 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, possono passare dal progetto di Difesa Europea.

Il Generale Carmine Masiello, consigliere militare del presidente del Consiglio e il Generale Carlo Magrassi, si sono già dichiarati favorevoli al rafforzamento della difesa in chiave europea. Il dubbio resta rispetto alla vera volontà di alcuni Stati di procedere in questa direzione e, in questo senso, la necessità di sciogliere il problema di una governance politica di una difesa Ue rafforzata.4

  • 1. Dati tratti libro di Lorenzo Pecchi, Gustavo Piga e Andrea Truppo, Difendere l’Europa, pubblicato dalla Vitale & Co.estratti dall’articolo di Dario Ronzoni “Non c’è Europa senza un esercito europeo” pubblicato il 4 febbraio 2017 su Linkiesta
  • 2. Dati ricavati dall’articolo di Jorge Domecq “Ue, più cooperazione in materia di difesa è inevitabile e vantaggiosa per governi e cittadini” pubblicato l’11 marzo 2017 su La Repubblica.
  • 3. Citazione tratta da un articolo di Toby Helm “How the Tory right turned against EU enlargement” pubblicato il 21 dicembre 2013 su The Guardian.
  • 4. Dall’articolo “I generali in commissione Difesa: rafforzare il piano Ue” pubblicato il 16 marzo 2017 su Public Policy.